foto C.G. p.zza san Carlo

2020 anzi per la precisione  20 02 2020 una data singolare per un avvenimento epocale. Più meno in quella data infatti, noi Italiani abbiamo preso coscienza che c’era qualcosa nell’aria di anomalo, anche se ancora non immaginavamo che un virus minuscolo avrebbe trasformato, probabilmente per sempre, le nostre vite.

Così abbiamo sperimentato che una guerra non si affronta solo con i carri armati e i missili, ma che il nemico può entrare in un microscopio e rubarci il respiro.

Foto C.G. TorinoIl tempo della clausura

Così è iniziata la clausura dentro le abitazioni, le code per la spesa, la didattica on line, lo smart working e le video call con gli amici: una nuova quotidianità scandita da webinar di ogni tipo  e corsi di ginnastica su Instagram, social che impazzano su una rete globale che rischia il collasso, ma resiste, rimanendo il nostro ultimo baluardo di contatto con “l’altro”.

È difficile aprire gli occhi la mattina e realizzare che non è stato un incubo, che la nostra vita è cambiata in modo assurdo, impensabile anche crudele.
La TV da’ il bollettino di guerra, l’ansia dei numeri fra contagi e decessi…
Il cellulare dall’app ti ricorda che non hai più fatto passi…e che devi uscire…beffa tecnologica!

Tu sai ormai che la tua vita è scandita nelle tue stanze.  C’è tanto da fare… ma a volte ti sembra di perderti in un immobilismo che speri sia una catarsi ma forse è solo smarrimento.

La vita dalla finestra

Dalle finestre, il silenzio di una città senza l’elemento umano non tradisce la sua bellezza, anzi sembra ancora più bella Torino con le sue piazze regali, i corsi ampi e alberati i suoi palazzi eleganti ed austeri.
Poi da lontano una sirena di un Ambulanza ti riporta alla realtà di gente in trincea di medici in prima linea, nuovo esercito di eroi verso un nemico tanto minuscolo quanto implacabile.

Ci sono giorni in cui la spinta creativa fa a cazzotti col più sordo immobilismo. Giorni in cui la voglia di fare è tanta, progetti, lavori in casa quante cose si possono creare. Scopro un tempo tutto mio, grande sembra immenso, troppo… non sono abituata a tutto questo tempo vuoto, per me?… chi ha fermato la ruota del criceto? Quando ho smesso di correre dentro un meccanismo che sembrava indispensabile, anche se immobile nella sua corsa verso mete sempre più irraggiungibili. Non lo so, è successo tutto in fretta, troppo….e allora mi fermo quasi paralizzata difronte al piccolo schermo che ho fra le mani …

Foto di C.G.La vita continua sullo smartphone

La vista scorre fra filmati che fanno ridere, piangere, riflettere e anche arrabbiarsi.. un frullato di emozioni si shakera nella mia testa e mi pervade. Poi l’occhio viene rapito dalle immagini della mia città, com’era … com’è.

Torino: la mia città

Una Torino deserta, fantasma come non l’ho mai vista ne immaginata. Mi sembra di sentire il mio passo che rimbomba sotto i lunghi portici deserti, mi perdo nelle sue grandi piazze vuote come palcoscenici senza attori. La bellezza delle case, dei monumenti non è mai stata esaltata come ora in queste cartoline silenti che a guardarle ti manca il fiato e gli occhi si riempiono di lacrime.

 

Quanto vorrei scoprirla ora, la mia città! In questa sua unicità silenziosa, in questo immobilismo irreale, ma non posso… autocertificare che sono a spasso perché mi manca la mia città, mi manca il sole e mi manca l’aria… non basta. E allora guardo vogliosa le tante immagini che da instagram, in tv e su fb mi parlano di lei.

Foto C. G. da TvPiazza San Carlo muta e grande, senza la colonna sonora degli artisti di strada, il cielo colorato di palloncini e le urla dei bambini, sembra ancora più immensa. Piazza Castello, con la solennità di Palazzo Madama, difesa dall’autorevole presenza dei due Dioscuri sembra dire non ti preoccupare “figlio mio” passerà. La via Lagrange con le sue boutiques griffate e le vetrine spente rivela lo sdegno dei manichini che si sentono trascurati non potendo più attirare gli sguardi desiderosi di alcun passante.

Chissà cosa succede dietro il portone chiuso del Museo Egizio. Magari il grande statuario, ora che la città incantata dorme forzatamente, prende vita, e (come nel famoso film americano) Sekmet si trova a pettegolare con Iside e ridono gli dei della nostra misera condizione di esseri umani presi nella morsa di un organismo microscopico che è stato in grado, in una manciata di giorni, di rivoluzionare tutte le nostre folli esistenze.

Poi c’è il Parco del Valentino, quante passeggiate lungo il Po a respirare l’aria di primavera. Una primavera che quest’anno ci è stata portata via. Gli scoiattoli adesso hanno tutto il parco a disposizione, non devono più fare lo slalom fra le biciclette, le famiglie rumorose e i ragazzi con lo skate, possono correre liberamente e perfino guardare minacciosi se incontrano un corridore solitario colpevole per aver disobbedito all’immobilismo forzato dei giorni.

Per fortuna scorrono sullo schermo del cellulare anche tante immagini della nostra signora di Torino: la Consolata, la chiesa della vera devozione cittadina. La madre compassionevole e protettrice della città da sempre accoglie tutte le preghiere dei vecchi pochi autentici torinesi rimasti.

Ora vorrei potermi sedere sulla gradinata della Gran Madre e osservare con lo sguardo verso le montagne la bellezza della mia città, proprio come fa la grande statua sentinella che tiene in mano la coppa,  per qualcuno simbolo del Graal. La magia di Torino, la sua anima esoterica sembra svelarsi con questo silenzio e il Graal forse non è mai stato così vicino: visto che ora il tempo l’abbiamo per percorrere i sentieri della nostra anima alla ricerca del Vello d’oro ma soprattutto della nostra autentica natura, di chi siamo, di chi non siamo stati e di chi vorremmo essere e un giorno forse saremo.